UNA DONNA EBOOK

UNA DONNA
Auteur: Sibilla Aleramo
  • Franstalig
  • E-book
  • 1230002449401
  • juli 2018
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Samenvatting

La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch'io ero a sei, a dieci anni, ma come se l'avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors'anche: un'armonia delicata e vibrante, e una luce che l'avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.


Per tanto tempo, nell'epoca buia della mia vita, ho guardato a quella mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora, cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne' miei primissimi anni qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, sí, questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza—mi si diceva—e giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non si opponeva mai a' miei desiderî. Perfino le amiche mi erano soggette spontaneamente.


L'amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma per il babbo avevo un'adorazione illimitata; e di questa differenza mi rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il suo fascino. Nessuno gli somigliava: egli sapeva tutto e avea sempre ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve, come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche meravigliose, e dei soldati francesi ch'egli, a otto anni, avea visto arrivare nella sua Torino, 'quando l'Italia non c'era ancora'. Un tale passato aveva del fantastico. Ed egli m'era accanto, con l'alta figura snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno di promesse avventurose.


Il babbo dirigeva i miei studi e le mie letture, senza esigere da me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa, lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profonda deferenza. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d'avere un privilegio. Sin dalle prime classi, notando la differenza dei vestiti e delle refezioni, m'ero potuto formare un concetto di quel che dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d'operai gravate dalla fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa guardavo sull'uscio la targhetta lucente ove il nome di mio padre era preceduto da un titolo. Non avevo che cinque anni allorchè il babbo, che insegnava scienze nella cittaduzza ov'ero nata, s'era dimesso in un giorno d'irritazione e s'era unito con un cognato di Milano, proprietario d'una grossa casa commerciale. Io capivo che egli non doveva sentirsi troppo contento della sua nuova situazione. Quando lo vedevo, in qualche pomeriggio libero, entrare nello stanzino ov'erano raccolti un poco in disordine alcuni apparecchi per esperienze di fisica e di chimica, comprendevo che là soltanto si trovava a suo agio. E quante cose mi avrebbe insegnato il babbo!


Senz'essere impaziente, la mia curiosità dava un sapore acuto all'esistenza. Non m'annoiavo mai. Spesso rifiutavo d'accompagnar la mamma a qualche visita e restavo a casa, sprofondata in un gran seggiolone, a leggere i libri più disparati, sovente incomprensibili per me, ma dei quali alcuni mi procuravano una specie d'ebbrezza dell'immaginazione e mi astraevano completamente da me stessa. Se m'interrompevo, era per formular pensieri confusi; e lo facevo talora a voce sommessa, come scandendo dei versi che una voce interiore mi suggerisse. Arrossivo; come arrossivo di certe pose languide che assumevo nella stessa poltrona, quando mi accadeva per un attimo di trasportarmi colla fantasia nei panni d'una bella dama piena di seduzioni. Potevo distinguere tra affettazione e spontaneità? Mio padre giudicava con una indifferenza un poco sprezzante ogni manifestazione di pura poesia: diceva di non capirla: la mamma, sí, ripeteva ogni tanto qualche strofa carezzevole e nostalgica, o modulava colla voce appassionata spunti di vecchie romanze; ma sempre quando il babbo non c'era. E sempre io ero disposta a credere che mio padre avesse ragione più di lei.


Ciò anche quando egli prorompeva in una di quelle crisi di collera che ci facevan tremar tutti e mi piombavano in uno stato d'angoscia, rapido, ma indicibile. La mamma reprimeva le lagrime, si rifugiava in camera. Sovente, dinanzi al babbo, ella aveva un'espressione umiliata, leggermente sbigottita: e non solo per me, ma anche pei bambini, tutta l'idea d'autorità si concentrava nella persona paterna.


Diverbî gravi tuttavia non avvenivano fra loro due in nostra presenza: qualche parola acre, qualche rimprovero secco, qualche recisa ingiunzione; al più il babbo si abbandonava al proprio temperamento di fuoco per qualche disavvedutezza delle persone di servizio, per qualche capriccio nostro: ma di tutto appariva responsabile la mamma, che reclinava il capo come se fosse colpita all'improvviso da una grande stanchezza, o sorrideva, d'un certo sorriso che non potevo sostenere, perchè deformava la bella bocca rassegnata.


Si rivolgeva ella in quel punto a visioni del passato?


Non rievocava quasi mai davanti a me la sua fanciullezza, la sua gioventù; dal poco che avevo sentito, però, avevo potuto formarmene una visione assai meno interessante di quella suscitata dai ricordi di mio padre. Ella era nata in un ambiente modestissimo d'impiegati, e, come la mia nonna paterna, sua madre aveva avuto molti figliuoli, di cui la maggior parte viveva sparsa pel mondo. Doveva esser cresciuta fra le strettezze, poco amata. Cenerentola della casa. A vent'anni, ad una festicciola da ballo, s'era incontrata col babbo. Ella mi mostrava il ritratto del giovinetto imberbe che mio padre era stato allora: fattezze ancor da fanciullo, dolci, regolari, fra cui gli occhi soli esprimevano già un'energia ferrea: egli faceva il penultimo anno di Università. Appena presa la laurea, aveva ottenuto una cattedra e s'erano sposati.


Quand'io ero nata, l'anno non era ancor compiuto dal dí delle nozze. La mamma s'illuminava nel volto bianco e puro le rarissime volte che accennava alle due stanzine coi mobili a nolo dei primi mesi di vita coniugale. Perchè non era sempre cosí animata? Perchè era cosí facile al pianto, mentre mio padre non poteva sopportare la vista delle lagrime, e perchè mostrava opinioni diverse tanto spesso da quelle di lui, quando osava esprimerle? Perchè, anche, era cosí poco temuta da noi bambini, e cosí poco ubbidita? Come il babbo, anch'ella cedeva talvolta a momenti di collera; ma sembrava, allora, che rompesse in un singhiozzo troppo a lungo frenato.... Io avevo la sensazione che lo sfogo, anche eccessivo, di mio padre, fosse naturale sempre, inerente al suo temperamento; nella mamma invece gli scoppi di malumore contro i figliuoli o le cameriere contrastavano dolorosamente colla sua natura dolce; si palesavano come un accesso spasmodico di cui ella stessa aveva coscienza, nell'atto, e rimorso.

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E-book
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juli 2018
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Auteur(s)
Sibilla Aleramo
Uitgever
Jwarlal

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